En la Tierra del Fuego

El diario del Fin del Mundo

capitulo tercero - en buscas ...

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las inscripciones

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Scendemmo ancora colpiti da tanta maestosità. Ognuno con i propri pensieri, che erano fissati nell’istante in cui il sole si gettava nella voragine notturna. E altrove. Uno studente (ho dimenticato i loro nomi) iniziò a cantare sottovoce una canzone a me sconosciuta, subito imitato dagli altri. Triste ma dolcissima. C’era un alone di magia quella sera in quel luogo.
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Poi la cena. Tutti insieme, davanti ad un fuoco. Pane, formaggio e verdura. Qualche scatoletta di carne. Frutta. Poi vino cileno ed argentino. Tra le nostre risate, i racconti e gli aneddoti. Viviamo mondi diversi, ma si ride delle stesse cose. Infine gli studenti ci spiegano lo scopo delle loro osservazioni. Stavano preparando la tesi su come le antiche civiltà mesoamericane avessero la capacità di osservare il cielo, prima dell’invenzione del cannocchiale, dimostrando che la dislocazione dei templi aveva un orientamento geografico che riprendeva alcune costellazioni non visibili ad occhio nudo.
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Salimmo sulla Torre del Palacio che era il nostro primo punto di osservazione. D'intorno un mondo di ombre, silenzio interrotto solo da qualche urlo di scimmia. Seguimmo per un po’ il loro lavoro ma ben presto ci accorgemmo che si trattava in gran parte di calcoli. Decidemmo quindi per un’escursione, io e gli altri tre dello strano gruppo.
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Camminavamo tra fantasmi di duemila anni, ne avvertivamo la presenza, vedavamo le loro ombre alla luce della torcia elettrica prestataci. Per un attimo pareva di essere trasportati nel tempo e vedere quella città quando viveva nell’apice del suo splendore, centro principale religioso e commerciale. Poi le antiche dispute tra i popoli mesoamericani, il decadimento. L'arrivo degli spagnoli che fu il colpo di grazia. L'oblio e la riscoperta, il riportare alla luce questa civiltà. Il nostro vagare, di ore, ci riportò sulla sommità del Tempio della Croce, il luogo degli Dei, dove raggiungemmo gli studenti che nel frattempo si erano spostati continuando il loro operare.
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Ci sdraiammo sui sacchi a pelo a chiacchierare, alternando lunghe pause di silenzio, per poi parlare nuovamente, raccontandoci la vita come se ci conoscessimo da sempre e da millenni ci avessero separati, a volte ridendo altre ascoltando il silenzioso eco delle nostre parole.
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Fino all'alba. Quando un radioso, energico, violento ed invasivo raggio interruppe la semi oscurità e si riappropriò del suo potere ceduto solo in prestito alla notte. Le ombre fugarono, con gli sguardi rapiti dalla bellezza della vita che rinasceva. Ancora un poco a voler serbare l'intensità di quel momento, irripetibile, e fissarlo indelebile nella mente.
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Ritornammo al campo, per far colazione. Tutti alla ricerca di un caffè. Gli sguardi stanchi ma felici, anche se un po' malinconici, dato l'approssimarsi del momento della nostra separazione. Sapevamo però che quella notte ci aveva resi amici. Avevamo condiviso molto più di una notte di viaggio. Avevamo viaggiato ciascuno nell’anima dell’altro.
banlieues || 06:53 || mercoledì, 02 agosto 2006
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capítulo segundo - en buscas ...

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la cruz

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Avevamo deciso di visitare il sito assieme, quando ci eravamo scambiati le nostre conoscenze sulla storia maya. Quindi Helga, Amelie, Raphael ed io varcammo l’ingresso della zona monumentale. Ci saremmo preoccupati poi di trovare un posto dove dormire. Percorso un tratto di sentiero tra gli alberi, si aprì davanti ai nostri occhi uno spettacolo superbo. In silenzio, ammirati, tra la gente che scemava in direzione opposta alla nostra, le guardavamo: erano tutte lì, davanti a noi.
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Ne avevo studiato la storia, ed il racconto appassionato della riscoperta nel 1839 ad opera di un gentiluomo americano, John Lloyd Stephens, e di un architetto inglese Frederick Catherwood nel loro libro ‘En buscas de los Mayas’. Avevo poi letto il libro di un altro archeologo, Victor Von Hagen, che successivamente aveva percorso le loro orme, in un viaggio emozionante alla riscoperta dei Maya.
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Conoscevo ogni minimo dettaglio, a memoria: là in alto il Tempio della Croce, più spostato il Palacio e poi oltre, nascosto dalla foresta, il Tempio delle Iscrizioni nel quale, dopo cento anni Alberto Ruz scoprì la tomba di Pacal, il più grande sovrano maya. Furono necessari circa 5 anni di lavori per riportarla alla luce, intatta com’era al momento della sepoltura.
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Ma il tempo ci assediava, entro un'ora i cancelli avrebbero chiuso. Tra i pochi che ancora stazionavano nell’area notai però che un gruppetto di ragazzi stava preparando un piccolo campo, intendevano bivaccare per la notte. Senza indugio ci avvicinammo e chiedemmo se fosse consentito. Loro ci risposero che disponevano di un permesso universitario per effettuare osservazioni astronomiche notturne. Chiacchierando scoprimmo che erano argentini, dell’università di Córdoba. Subito mi riconobbero come italiano. Uno di loro era oriundo, figlio di italiani emigrati dal Veneto.
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Erano davvero molto simpatici e anche incuriositi dallo strano gruppetto che stava di fronte a loro. Dopo scambi di convenevoli fummo invitati a passare la notte nel campo ed a seguire le loro osservazioni. Fantastico!! Non credo ci sia bisogno di aggiungere che accettammo felicissimi questa proposta. Si crea uno strano legame tra persone che non si conoscono, quando si è in viaggio. E’ come se rimuovessimo tutte le nostre diffidenze accumulate nella vita normale e lasciassimo parlare solo la nostra migliore essenza umana.
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Salimmo tutti sul Tempio della Croce, si avvicinava l’ora del crepuscolo, Amélie e Raphael mi sembravano ragazzini, saltavano come capretti su quei gradoni parlando uno spagnolo assurdo con i ragazzi argentini i quali a loro volta rispondevano in un francese irripetibile. Helga non capiva praticamente nulla, come tutti gli altri del resto, ma si rideva, col fiatone, per l’assurdità di questa situazione e l’allegria che ciascuno di noi portava dentro.
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Il tramonto dalla sommità del tempio della Croce  è una cosa che difficilmente dimenticherò nella mia vita. Quel rosso è impresso nella mia memoria come in una pellicola, e mi scorre dentro come sangue. Il tempo pareva essere immoto, e galleggiava sospeso tra di noi. Eravamo tutti lassù, io in mezzo a persone sconosciute, abbracciati  e in silenzio fino all'oscurità che lascia spazio solo alle ombre lunari ... sugli spettri dei Templi.

 

banlieues || 06:54 || martedì, 01 agosto 2006
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en buscas de los mayas

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el palacio

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Non avevo trovato posto sul 'Maya de Oro', la linea di pullman diretta da Mérida a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas. Cambiai quindi programma e decisi di anticipare la mia visita a Palenque, per la quale vi era ancora possibilità di partire. L’unico problema era che il viaggio non si effettuava la notte ma di giorno, arrivando a destinazione nel tardo pomeriggio.
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La mattina della partenza all’alba alla stazione dei pullman vi era ogni genere di umanità che attendeva di partire: campesinos che si erano recati al mercato, indios delle regioni meridionali ancora con molti dei loro tessuti dai colori accesi invenduti, famiglie intere composte perlopiù da bambini festanti e schiamazzanti con una quantità impressionante di bagagli al seguito. E generi alimentari di ogni tipo.
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Pochi turisti che come me avevano scelto più o meno volontariamente quella linea più economica. Una coppia di attempati francesi, nello Yucatan dopo aver visitato Perù, Nicaragua, Honduras e Belize in un viaggio che durava ormai da tre mesi, due ragazzi americani dalla faccia simpatica che parlavano della sbronza della sera prima, ed una ragazza dai tratti marcatamente nordeuropei. Più in là un gruppetto di quattro canadesi, a prima vista gente abituata a viaggiare in quel modo: bagaglio leggero e funzionale. Qualcuno prendeva appunti su librucoli minuscoli, compreso il sottoscritto, che in quel momento ero intento a ritrarre le mie impressioni che ciascuno di loro mi trasmetteva.
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Finalmente la partenza. Quella corriera che si preannunciava scomodissima si rivelò invece davvero comoda, con delle sospensioni leggerissime che attutivano in maniera eccezionale i tratti di strada sconnessa, imprimendo un moto quasi come di una nave. Come sempre le apparenza ingannano. Durante il viaggio  chiacchierai con Helga, svedese di Stoccolma, anche lei in solitario girovagare. Una strana tipa, con un carattere allegro e gioviale, a dispetto dei luoghi comuni che i nordici sono tutti freddi e scontrosi. Anche la coppia di francesi si unì alla discussione e rivelò di una simpatia incredibile.
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Tutto il viaggio quindi trascorse ciarlando dello scibile umano, dalle antiche civiltà mesoamericane alla ricetta della chou-crout a quella dei passatelli, che mi assicurarono avrebbero provato, parlando in un linguaggio a metà tra l’inglese, il francese e lo spagnolo. Arrivammo alle cinque pomeridiane e subito ci recammo all'ingresso del sito Maya, con la folla dei turisti che stava scemando verso l'uscita data la prossima chiusura.

 

banlieues || 07:30 || lunedì, 31 luglio 2006
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