En la Tierra del Fuego

El diario del Fin del Mundo

¡salida!

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Triumph-Bonneville

 

finalmente ......

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run on - moby

banlieues || 06:53 || martedì, 08 agosto 2006
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incoscienti

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 noi

si!
malgrado il mondo
ridi.
e rido.
tu ed io,
persi di noi.
sciocca
folle e incosciente,
imprescindibile,
leggerezza d’amore
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god put a smile on your face - coldplay
banlieues || 09:59 || lunedì, 07 agosto 2006
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quattro gradi latitudine sud

Nella categoria : diario, foto, africa - Permalink

winnie

 

Oceano Atlantico, 4° latitudine Sud.
La costa dell’Africa è ben visibile, col suo profilo irregolare, ad una ventina di chilometri. Soffia un gradevole vento fresco da Sud che porta con sé aromi marini e frizzanti. Il sole risplende radioso e d’intorno l’azzurro intenso del cielo è una tavolozza di colori sulla quale risalta il bianco di qualche nuvola, che pare essere di panna montata.

Un tonfo improvviso, il rumore sordo di un corpo che cade in acqua. Sorrido, è lei. Già da qualche giorno si fa intravedere, all’inizio timidamente, poi sempre più scostumata fino a offrire dei veri e propri spettacoli danzanti. Si rotola, sbatte le pinne sull'acqua, emerge col muso come a volersi guardare attorno, e, d’un tratto senza preavviso, salta completamente fuori dall'acqua.

E’ uno spettacolo che toglie il fiato, ogni volta. Seppure abituato ormai a vederne di uguali a lei, ogni volta è sempre come la prima. Volevo trovarle un nome affettuoso e l’unico che mi è venuto in mente è Winnie, come la mia adorata Golden Retriever, con la quale in comune ha la passione per le acrobazie ed il carattere giocoso ma timido.

E’ una megattera, un mammifero dell’ordine dei cetacei e della famiglia delle balene. Il suo nome significa ‘grande ala’ perché le sue pinne possono essere lunghe fino a cinque metri. Alcuni esemplari misurano anche 19 metri, e le femmine solitamente sono più grandi dei maschi.

La megattera vive nei mari tropicali e polari, prediligendo le acque vicino alla costa. In inverno, quando le acque polari son troppo fredde e coperte di ghiaccio, gli animali si spostano verso acque calde per riprodursi. Quando i cuccioli son cresciuti ed è tornata l'estate, gli animali si spostano nuovamente verso i poli ove trascorreranno mesi alimentandosi.

Tra loro comunicano con suoni particolari chiamati canti. I canti vengono utilizzati dai maschi durante la stagione riproduttiva, e son richiami molto efficaci, poichè possono esser uditi da una megattera anche a migliaia di km di distanza. Ogni canto può durare da pochi minuti a un'ora e mezzo.

Winnie si è immersa, ha voglia di farsi desiderare. Volendo potrebbe restare immersa anche trenta minuti e riemergere chissà dove. Invece eccola che fa capolino con uno sbuffo prepotente di acqua e vapore, un suono simile ad un treno a vapore. Si diverte da impazzire e sa che la sto guardando.

Si concede una passerella davanti a me, con l’alterigia di una modella professionista. Poi ancora un’immersione, per prendere lo slancio, ed ecco che riappare con un tuffo impressionante che la fa emergere dall’acqua quasi del tutto. Un paio di giravolte, poi il saluto con la pinna posteriore fuori dall’acqua, come una manona che fa ciao, prima di sparire nella profondità dell'Oceano. Ma so che tornerà. 
La natura è una cosa meravigliosa.
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land, sea and air – appliance
banlieues || 11:12 || domenica, 06 agosto 2006
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ecco

ombra

 

ecco.
se non fosse
per questo silenzio
che fascia l’anima:
per il vuoto
vagare dello sguardo
che ristagna nell’orizzonte dell’io:
per il muto
stridere dei denti
dal sapore di sabbia:
se non fosse
per queste ferite
senza sangue
né dolore.

ecco: sarei vivo


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almost blue - diana krall

banlieues || 06:42 || sabato, 05 agosto 2006
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lontano

vuota

 

cammino.
so farlo bene.
non c’è panorama.
né compagnia,
luce o tenebra,
freddo o caldo,
sorriso o pianto.
solo strada lunga, dritta, larga.
inesprimibile silenzio.
il tempo si lacera,
ed io cammino.
senza peso, leggero.
piedi senza radici,
mai stanchi.

là, in nessun luogo,
lontano da me.
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almost blue - chet baker


banlieues || 06:57 || venerdì, 04 agosto 2006
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segni

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nerogiorno

 

sfiorami.
segui col tuo dito
quei solchi profondi
sul mio viso.

percorrili.
ti parleranno di me,
sono vie di dolore e gioia.

leggerai.
pentagrammi di spartiti
incompiuti, interrotti,
velenose memorie
e mendaci illusioni infrante.

cancella.
pelle su pelle,
dubbi, paure, ricordi.

traccia.
rotte di vita futura,
rinnovate passioni.

ti seguirò.
mendicante d’ amore,
dalla mia vita
di solitudine evaso.
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precious - depeche mode
banlieues || 07:32 || giovedì, 03 agosto 2006
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capitulo tercero - en buscas ...

Nella categoria : diario, foto, maya - Permalink

las inscripciones

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Scendemmo ancora colpiti da tanta maestosità. Ognuno con i propri pensieri, che erano fissati nell’istante in cui il sole si gettava nella voragine notturna. E altrove. Uno studente (ho dimenticato i loro nomi) iniziò a cantare sottovoce una canzone a me sconosciuta, subito imitato dagli altri. Triste ma dolcissima. C’era un alone di magia quella sera in quel luogo.
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Poi la cena. Tutti insieme, davanti ad un fuoco. Pane, formaggio e verdura. Qualche scatoletta di carne. Frutta. Poi vino cileno ed argentino. Tra le nostre risate, i racconti e gli aneddoti. Viviamo mondi diversi, ma si ride delle stesse cose. Infine gli studenti ci spiegano lo scopo delle loro osservazioni. Stavano preparando la tesi su come le antiche civiltà mesoamericane avessero la capacità di osservare il cielo, prima dell’invenzione del cannocchiale, dimostrando che la dislocazione dei templi aveva un orientamento geografico che riprendeva alcune costellazioni non visibili ad occhio nudo.
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Salimmo sulla Torre del Palacio che era il nostro primo punto di osservazione. D'intorno un mondo di ombre, silenzio interrotto solo da qualche urlo di scimmia. Seguimmo per un po’ il loro lavoro ma ben presto ci accorgemmo che si trattava in gran parte di calcoli. Decidemmo quindi per un’escursione, io e gli altri tre dello strano gruppo.
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Camminavamo tra fantasmi di duemila anni, ne avvertivamo la presenza, vedavamo le loro ombre alla luce della torcia elettrica prestataci. Per un attimo pareva di essere trasportati nel tempo e vedere quella città quando viveva nell’apice del suo splendore, centro principale religioso e commerciale. Poi le antiche dispute tra i popoli mesoamericani, il decadimento. L'arrivo degli spagnoli che fu il colpo di grazia. L'oblio e la riscoperta, il riportare alla luce questa civiltà. Il nostro vagare, di ore, ci riportò sulla sommità del Tempio della Croce, il luogo degli Dei, dove raggiungemmo gli studenti che nel frattempo si erano spostati continuando il loro operare.
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Ci sdraiammo sui sacchi a pelo a chiacchierare, alternando lunghe pause di silenzio, per poi parlare nuovamente, raccontandoci la vita come se ci conoscessimo da sempre e da millenni ci avessero separati, a volte ridendo altre ascoltando il silenzioso eco delle nostre parole.
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Fino all'alba. Quando un radioso, energico, violento ed invasivo raggio interruppe la semi oscurità e si riappropriò del suo potere ceduto solo in prestito alla notte. Le ombre fugarono, con gli sguardi rapiti dalla bellezza della vita che rinasceva. Ancora un poco a voler serbare l'intensità di quel momento, irripetibile, e fissarlo indelebile nella mente.
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Ritornammo al campo, per far colazione. Tutti alla ricerca di un caffè. Gli sguardi stanchi ma felici, anche se un po' malinconici, dato l'approssimarsi del momento della nostra separazione. Sapevamo però che quella notte ci aveva resi amici. Avevamo condiviso molto più di una notte di viaggio. Avevamo viaggiato ciascuno nell’anima dell’altro.
banlieues || 06:53 || mercoledì, 02 agosto 2006
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capítulo segundo - en buscas ...

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la cruz

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Avevamo deciso di visitare il sito assieme, quando ci eravamo scambiati le nostre conoscenze sulla storia maya. Quindi Helga, Amelie, Raphael ed io varcammo l’ingresso della zona monumentale. Ci saremmo preoccupati poi di trovare un posto dove dormire. Percorso un tratto di sentiero tra gli alberi, si aprì davanti ai nostri occhi uno spettacolo superbo. In silenzio, ammirati, tra la gente che scemava in direzione opposta alla nostra, le guardavamo: erano tutte lì, davanti a noi.
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Ne avevo studiato la storia, ed il racconto appassionato della riscoperta nel 1839 ad opera di un gentiluomo americano, John Lloyd Stephens, e di un architetto inglese Frederick Catherwood nel loro libro ‘En buscas de los Mayas’. Avevo poi letto il libro di un altro archeologo, Victor Von Hagen, che successivamente aveva percorso le loro orme, in un viaggio emozionante alla riscoperta dei Maya.
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Conoscevo ogni minimo dettaglio, a memoria: là in alto il Tempio della Croce, più spostato il Palacio e poi oltre, nascosto dalla foresta, il Tempio delle Iscrizioni nel quale, dopo cento anni Alberto Ruz scoprì la tomba di Pacal, il più grande sovrano maya. Furono necessari circa 5 anni di lavori per riportarla alla luce, intatta com’era al momento della sepoltura.
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Ma il tempo ci assediava, entro un'ora i cancelli avrebbero chiuso. Tra i pochi che ancora stazionavano nell’area notai però che un gruppetto di ragazzi stava preparando un piccolo campo, intendevano bivaccare per la notte. Senza indugio ci avvicinammo e chiedemmo se fosse consentito. Loro ci risposero che disponevano di un permesso universitario per effettuare osservazioni astronomiche notturne. Chiacchierando scoprimmo che erano argentini, dell’università di Córdoba. Subito mi riconobbero come italiano. Uno di loro era oriundo, figlio di italiani emigrati dal Veneto.
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Erano davvero molto simpatici e anche incuriositi dallo strano gruppetto che stava di fronte a loro. Dopo scambi di convenevoli fummo invitati a passare la notte nel campo ed a seguire le loro osservazioni. Fantastico!! Non credo ci sia bisogno di aggiungere che accettammo felicissimi questa proposta. Si crea uno strano legame tra persone che non si conoscono, quando si è in viaggio. E’ come se rimuovessimo tutte le nostre diffidenze accumulate nella vita normale e lasciassimo parlare solo la nostra migliore essenza umana.
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Salimmo tutti sul Tempio della Croce, si avvicinava l’ora del crepuscolo, Amélie e Raphael mi sembravano ragazzini, saltavano come capretti su quei gradoni parlando uno spagnolo assurdo con i ragazzi argentini i quali a loro volta rispondevano in un francese irripetibile. Helga non capiva praticamente nulla, come tutti gli altri del resto, ma si rideva, col fiatone, per l’assurdità di questa situazione e l’allegria che ciascuno di noi portava dentro.
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Il tramonto dalla sommità del tempio della Croce  è una cosa che difficilmente dimenticherò nella mia vita. Quel rosso è impresso nella mia memoria come in una pellicola, e mi scorre dentro come sangue. Il tempo pareva essere immoto, e galleggiava sospeso tra di noi. Eravamo tutti lassù, io in mezzo a persone sconosciute, abbracciati  e in silenzio fino all'oscurità che lascia spazio solo alle ombre lunari ... sugli spettri dei Templi.

 

banlieues || 06:54 || martedì, 01 agosto 2006
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