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Non avevo trovato posto sul 'Maya de Oro', la linea di pullman diretta da Mérida a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas. Cambiai quindi programma e decisi di anticipare la mia visita a Palenque, per la quale vi era ancora possibilità di partire. L’unico problema era che il viaggio non si effettuava la notte ma di giorno, arrivando a destinazione nel tardo pomeriggio.
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La mattina della partenza all’alba alla stazione dei pullman vi era ogni genere di umanità che attendeva di partire: campesinos che si erano recati al mercato, indios delle regioni meridionali ancora con molti dei loro tessuti dai colori accesi invenduti, famiglie intere composte perlopiù da bambini festanti e schiamazzanti con una quantità impressionante di bagagli al seguito. E generi alimentari di ogni tipo.
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Pochi turisti che come me avevano scelto più o meno volontariamente quella linea più economica. Una coppia di attempati francesi, nello Yucatan dopo aver visitato Perù, Nicaragua, Honduras e Belize in un viaggio che durava ormai da tre mesi, due ragazzi americani dalla faccia simpatica che parlavano della sbronza della sera prima, ed una ragazza dai tratti marcatamente nordeuropei. Più in là un gruppetto di quattro canadesi, a prima vista gente abituata a viaggiare in quel modo: bagaglio leggero e funzionale. Qualcuno prendeva appunti su librucoli minuscoli, compreso il sottoscritto, che in quel momento ero intento a ritrarre le mie impressioni che ciascuno di loro mi trasmetteva.
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Finalmente la partenza. Quella corriera che si preannunciava scomodissima si rivelò invece davvero comoda, con delle sospensioni leggerissime che attutivano in maniera eccezionale i tratti di strada sconnessa, imprimendo un moto quasi come di una nave. Come sempre le apparenza ingannano. Durante il viaggio chiacchierai con Helga, svedese di Stoccolma, anche lei in solitario girovagare. Una strana tipa, con un carattere allegro e gioviale, a dispetto dei luoghi comuni che i nordici sono tutti freddi e scontrosi. Anche la coppia di francesi si unì alla discussione e rivelò di una simpatia incredibile.
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Tutto il viaggio quindi trascorse ciarlando dello scibile umano, dalle antiche civiltà mesoamericane alla ricetta della chou-crout a quella dei passatelli, che mi assicurarono avrebbero provato, parlando in un linguaggio a metà tra l’inglese, il francese e lo spagnolo. Arrivammo alle cinque pomeridiane e subito ci recammo all'ingresso del sito Maya, con la folla dei turisti che stava scemando verso l'uscita data la prossima chiusura.
banlieues || 07:30 ||
lunedì, 31 luglio 2006
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Un tizio era talmente
aggressivo e arrogante
che sulla sua tomba,
sotto la foto, c'era scritto:
"..zzo guardi"
Daniele Luttazzi
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Rido. Perché sono felice. Una sensazione di leggerezza e sguaiatezza che sale dal profondo e resta in superficie senza evaporare. Tensione di vapore della felicità non volatile ma stabile e duratura.
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Non mi preoccupo di nulla. Non del taglia-cuci da sartoria di scantinato. Non di mille complicazioni collegate e di come si risolveranno. Non di migliaia di chilometri da percorrere. Di telefoni e di computer. Di aerei e treni. E automobili. E case da affittare e abitudini da cambiare.
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Avverto solo questa euforia che mi fa guardare lontano con l’ottimismo di ciò che sento più vicino: questa felicità latente, cinematica e dinamica.
E rido. Sia pure Africa o Asia o America, continuo a ridere. Di gusto.
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Perché sono felice ed incosciente. Sono cosciente di esserlo e ciò mi rende ancor più felice. E tanto mi basta. Per ora.
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shiny happy people - rem
banlieues || 08:45 ||
sabato, 29 luglio 2006
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"se da svegli sapessimo di noi
quel che sappiamo nei sogni
non avremmo il coraggio di addormentarci.
Se quando sogniamo dimenticassimo
quel che reprimiamo da svegli
non avremmo il coraggio di svegliarci."
da 'Inno alla gioia' - Shifra Horn
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Soffiava un vento conosciuto. Caldo da opprimere gli occhi. Un vento che avevo già incontrato. Camminavo a passi rapidi, decisi. Eppure avrei ritrovato il mio letto e mi sarei disteso immobile, senza pensieri, senza desideri. Eccomi dunque ancora lì, se non mi fossi alzato, sbarbato, lavato.
Continuo a camminare ma in realtà immoto, allagato nel vuoto nero e buio, inodore ed insapore di qualcosa che conosco ma non so cos’è.Una voce sconosciuta mi parla con tono profondo, sicuro. E dolce, suadente. La sua presenza è forte e domina completamente la mia volontà.
“Suona” dice. Io senza possibilità di replica afferro il violino e prendo a salire e scendere le scale musicali. In un crescendo di passione e di trasporto con la musica escono lacrime, sudore, grida di gioia e di dolore. Le mani sanguinano sulle corde taglienti come lame affilate.
Ma non posso smettere, ora, non più. La melodia più dolce, straziante, struggente e selvaggia che mai sia stata composta. Ad ogni nota che avanza mi rendo conto che è il mio corpo che si trasforma in musica, sublimandosi lentamente pezzo dopo pezzo. Mi sta assorbendo completamente. Ora un piede, una gamba. Il tronco. Un centimetro dopo l’altro.
La mia anima resta, nuda e senza involucro. La guardo trasparente, lattea, inerme lì davanti a tutti. Fino a che esaurito l’ultimo dito la musica cessa. Non posso più suonare. C’è ancora l’eco di quella sonata, ciò che sono stato. Sempre più lontana, sta sparendo. Soffia un vento sconosciuto. Caldo da opprimere gli occhi. Salgo sul bus, in mezzo alla gente. Che sogna.
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da 'rifrazione' - banlieues
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banlieues || 07:48 ||
venerdì, 28 luglio 2006
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Un giunco alimentatosi di versi ed estati
non doveva fidarsi
dell'acidità vulnerabile dei cieli
coperto, crudele, funesto,
l'abbraccio armato delle piogge.
Questo ero
giunco silvestre infangato
all'epicentro della paura e dell'indolenza
con la sua semplice condizione di inquilino
senza spine.
Sfrontato
alla mercè dell'uragano
che strapperà alle radici la sua lucentezza
con i propri coltelli di vento vivo.
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seven seconds - youssou n'dour (feat. neneh cherry)
banlieues || 06:56 ||
giovedì, 27 luglio 2006
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Che ci faccio qui? ... che cosa si muove dietro alla mia scelta di scrivere in un blog, e che cosa mi propongo di trasmettere con questo strumento?
Immagino la vita come un viaggio e anche se la metafora non è propriamente originale, ritengo che sia adatta a descrivere il nostro percorso terreno.La meta di questo viaggio ci è oscura, ‘la fine del mondo’ qualcosa di estremamente lontano dalla nostra mente e dagli occhi. Ushuaia nel mio immaginario rappresenta questo, come ho detto in un post precedente, che a questo punto racchiudere in sè un significato ben preciso, la morte.
La descrizione del viaggio parte con una considerazione generale ... la vie malgré tout ... che contiene il mio apprezzamento ed attaccamento alla vita. Poi si parte, ed ecco la descrizione di un osservatore che vive con le proprie emozioni ciò che lo circonda, e cerca di trasmettere ad altri le proprie visioni, per cogliere nelle loro osservazioni spunti di discussione, angolazioni diverse per favorire uno scambio continuo di idee. Una sorta di osmosi dei pensieri.
Compaiono poi i primi compagni di viaggio e ciascuno di loro, al proprio modo, dona un pezzo del proprio percorso, cominciando da Chatwin che nella propria irrequietezza di vivere è perennemente in simbiosi empatica dentro di me. Poi Byron nel soliloquio sull'immortalità con la forza del suo ottimismo e dei suoi ideali, in antitesi a Houellebecq che riflette la vacuità della società moderna. Poi l’anticonformismo di Aphra Behn isolata in una società che vuole standardizzare, la delicatezza di Salinas che sussurra quasi al proprio io le sue parole, Sylvia Plath e l'incontro con la paura (?) di vivere e la forza (?) di morire suicida, la pazzia. Altri saranno i viandanti che compariranno tra le mie pagine, uomini e donne che hanno saputo colpire la mia sensibilità con la loro vita o le loro opere.
Anche la musica non è mai casuale, non solo per il mio passato in conservatorio, ma da appassionato amatore in tutte le sue espressioni, per le sensazioni indotte. Le atmosfere crepuscolari e futuriste di un mondo che sta raggiungendo la "sua" fine nei Tangerine Dream, la struggente sofferenza di vivere nella bellezza di Jeff Buckley (ed ecco che torna la morte violenta). Stare "dall'altra parte" con i Red Hot Chili Peppers cioè spostarsi e guardare il mondo da un altro punto di vista ... meno comodo. Dulce Pontes e il suo Primeiro Canto, che altro non è se non il vagito di un neonato. U2 e le "mani che hanno costruito ...", oppure i Velvet Underground in fase di declino della loro vena psichedelica. Insomma Jazz, Rock, Pop, etnica in un ‘fritto misto’ che può apparire uno zibaldone, ma che rappresenta la policromia dei linguaggi, la capacità di ciascuno di esprimere e di leggere le sensazioni. E Astor Piazzola. Un tango coinvolgente e appassionato, malinconico e determinato come il ritmo che lo scandisce. E’ la musica che meglio mi racconta, nella quale mi riconosco.
I miei testi. Nessuna pretestuosità di essere poeta, non lo sono e neanche ne ho le capacità. Mi piace però descrivere ciò che le persone che incontro risvegliano in me, emozioni e sentimenti che percorrono il mio corpo in direzioni contrapposte che puntualmente sedimentano nel mio cuore, nella mia mente.
Le immagini. Queste in realtà sono lo spleen di tutto il blog. Spesso i testi scaturiscono da un’immagine colta tra le pagine del web o da uno scatto rubato in giro per la strada. Non amo mostrare le mie fotografie, ne sono profondamente geloso perché più dei testi mostrano ciò che sono veramente. Lo faccio in questo modo anonimo, tra altre foto che mi hanno colpito per la loro espressività, per un particolare che coglie il mio stato d’animo o fa affiorare sensazioni che galleggiavano in un angolo sperduto della mia anima.
Io sono questo, mi piace giocare, mi piace interagire. Se dovessi definire il mio blog ideale direi "cibo per la mente" per andare oltre, anche di poco, rispetto al punto da cui sono partito.
banlieues || 09:07 ||
mercoledì, 26 luglio 2006
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Ma ho vissuto,
e non ho vissuto invano;
la mia mente perderà la sua forza,
il mio sangue e il suo fuoco,e,
sconfitto il male,
perirà anche il mio corpo,
ma in me esiste qualcosa
che consumerà il tormento del tempo
e vivrà quando sarò morto
George Gordon Byron
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La morte, parola che cristallizza tra i denti mentre la pronunci. Due sillabe veloci che ti permettono di sussurrare l’ultima lasciando in sospeso la fine, quasi a voler prolungare la vita stessa. Ed il suo reciproco, l’immortalità, che nel suo onomatopeico prolisso rimanda una fine inevitabile, all’infinito.
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Non so se mi spaventa di più l’idea di dover morire, o il come oppure il quando. Non so neppure, in realtà, se si tratta di paura o di altro. Forse si tratta solo di curiosità che maschero con l’indifferenza di una vita trascorsa ad occuparsi di altro: lavarsi i denti, pulire le scarpe, riordinare i cd per titoli. Occupazioni temporanee che distolgono l’attenzione dal tema principale, che mi permettono di sottolineare con enfasi che ‘la vita l’ho vissuta’.
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Un elenco di cose fatte, giorno per giorno, e un altro di cose da fare nei prossimi, che mi convince di avere una collocazione stabile, imperitura, nel mondo materiale. Chiodi che mi fissano in questa dimensione impedendo l’inevitabile trapasso.
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Tutto ciò che accade intorno a me è transitorio. Cambia il paesaggio che osservo percorrendo strade conosciute, cambiano le persone che frequento abitualmente.
Loro sono in movimento, verso un livello più elevato, in corsa dritti verso un traguardo che è la morte.
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Io no. Io sono fermo. Osservo, valuto, comprendo. Ma non mi muovo. Forse aspetto solamente. Non so esattamente che cosa ma lo faccio silenziosamente.
Perché nessuno si accorga di me.
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da 'sotto la sabbia' - banlieues
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fragile - sting
banlieues || 08:57 ||
martedì, 25 luglio 2006
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vado in giro,
sotto i portici, di notte.
piove, sul bagnato
della mia solitudine.
le mie orme perdute
cercano un perché.
malinconiche armonie
dona di sé,
la mia immagine
riflessa nello specchio.
e arrivi tu,
che poni il viso
nel centro del mio cuore.
sei tu che vieni avanti,
sei rara come una sorpresa.
luce nei miei passi.
ristoro di quiete.
uno spigolo di felicità
donata alla speranza,
che il tempo non abbia fine,
se vivi per qualcuno.
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banlieues || 08:27 ||
lunedì, 24 luglio 2006
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«Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta.
E' per questo che l'uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.»
Milan Kundera
In alcuni modelli fisici il concetto di spazio-tempo instabile è usato per spiegare la creazione dell’universo, attraverso una transizione di fase che con dispendio di entropia determina la trasformazione di tempo virtuale in tempo attuale. Si vorrebbe rispondere fin dall’inizio dell’universo alla domanda su cosa sia reversibile e cosa sia irreversibile. No, l’universo è irreversibile.
Naturalmente alcuni piccoli fenomeni limitati possono essere descritti mediante processi reversibili. Ma essi sono come percezioni, esse sono come piccole sacche. La nascita dell’universo corrisponde a un processo irreversibile. Corrisponde a una sorta di distruzione della continuità dello spazio-tempo, del vuoto. E così via, con altre transizioni di fase, con altri processi irreversibili. In questi processi irreversibili si possono creare entrambe le strutture, ordine e disordine, ed è troppo semplice dire che l’universo è una fluttuazione del vuoto, intendendo che la nascita dell’universo avverrebbe, secondo alcune teorie, senza dispendio di energia. In qualche modo l’energia deve essere conservata. E l’elemento nuovo, che consente di rispettare il principio di conservazione dell’energia, è l’entropìa. Questa teoria rinuncia al vuoto quantico. Anche il vuoto quantico ormai deve tenere in conto alcune costanti dell’universo: la costante di Planck, la velocità della luce, la costante gravitazionale. Inoltre anche il tempo è una fluttuazione, come è previsto nella relazione di Heisenberg.
Quindi, nel vuoto instabile si possono avere fluttuazioni in cui la materia si concentra in piccole regioni. In casi eccezionali, quando molta materia si concentra in regioni molto piccole, possono originarsi buchi neri. Se i buchi neri possono nascere, la radiazione si può decomporre in materia ordinaria. In definitiva lo spazio-tempo diventa realmente materia attraverso la formazione intermedia di buchi neri. Ma, naturalmente, la stabilità non è eterna. E, così come si è verificata una volta originando il nostro attuale universo, una qualche fluttuazione di questo tipo potrebbe di nuovo verificarsi in un qualsiasi momento del futuro.
Così giungiamo, o forse ritorniamo, a questo aspetto: a un modo completamente nuovo di vedere la relazione tra il tempo e l’eternità. In un certo senso tutto il nostro universo è tempo, è irreversibilità. Però il tempo emerge da una realtà eterna che è il vuoto.
E la felicità è entropia, essendo l’energia di trasformazione del vuoto in tempo attuale.
banlieues || 08:59 ||
domenica, 23 luglio 2006
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"O meraviglia del tuo sesso!
Dove altro possiamo vedere
bellezza e conoscenza unite,
se non in te?"
leggi
the man who sold the world - nirvana
banlieues || 06:55 ||
sabato, 22 luglio 2006
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a volte il tempo mi corre addosso, mi stritola.
allora il tempo mi bracca,
quando io mi perdo nelle tue fantasie,
nei tuoi sguardi,
nella tua voce suadente che mi strizza il cuore.
poi in un mille-millesimo di secondo,
è il tempo che mi riporta alla realtà.
ed i silenzi si prolungano,
fino a colmare la distanza con la tua assenza
è allora che il tempo si allunga, si dilata:
come un felino che si stira,
riempie quegli spazi vuoti che mi separano da te,
infiniti momenti singoli fatti di battiti del mio cuore.
ancora è il tempo, se io sogno,
che accende il faro nella notte nera,
e rapido mi porta nella tua luce.
tempo
che allontani e che avvicini,
che separi e congiungi.
a volte il tempo è un sentiero e lo percorri placido,
mano nella mano,
nel tempo dell’innocenza e della serenità:
ma non è tempo, ancora.
big time sensuality - bjork
banlieues || 07:31 ||
venerdì, 21 luglio 2006
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